Il presente non è un blog monotematico, ma in questo periodo mi sento particolrmente inspirato; sono famelico di film. Detto questo, passiamo ai fatti.
Produzione: Australia/Germania.
Malgrado il titolo possa trarci in inganno, facendoci credere di armeggiare con le solite menate tipo Oceans elevens o Entrapment (i primi che mi sono saltati alla mente), in realtà, ci troviamo su un’architettura diametralmente opposta. Inizio subito col dire che è un bellissimo film e che si va a posizionare al n°3 sulla topfive dei lungometraggi (non volevo incappare nella ripetizione) visti di recente: n°1 Paranoid Park; n°2 Le vite degli altri; n°4 Nella valle di Elah, n°5, per il momento, non è ancora stato assegnato. n°4 Lussuria - Seduzione e Tradimento; n°5 Nella valle di Elah.

Bene! Cercherò di essere didascalico (questa la prendo in prestito dal mio prof. di giornalismo).
1945, le forze alleate sono quasi giunte alle porte di Berlino. Un manipolo di ebrei, ognuno specilizzato in un determinato settore della carta stampata, viene trasferito dal lager di Mauthausen a quello “più umano” di Sachsenhausen. Quì, inizia la più grande operazione di contraffazione di tutti i tempi. I detenuti vengono assegnati ad un reparto speciale dove cominciano a godere di trattamenti preferenziali (cibo vero, letti comodi) in cambio, però, dovranno produrre sterline e dollari falsi; strategia che permetterà al reich di rovesciare l’economia dei paesi nemici. L’architrave dell’intera manovra speculativa poggia su Salomon Sorowitsch (Karl Markovits), un ebreo che ha innato il dono della falsificazione. Trattandosi di un fatto realmente accaduto il finale è noto.
Malgrado lo scenario “accomodante” che si presenta ai nostri occhi, non mancano scene di fanatismo e di estrema cruenza. E’ interessante scoprire come le sorti della “razza superiore” dipendano sconsideratamente dai servigi della “razza inferiore“. In verità, questo è l’aspetto foriero che genera il vulnus nelle dissennate teorie ariane, che demolisce interamente i suoi simulacri, facendo emergere la forza e la purezza dell’interrazialità (ma questa è un’altra storia).
Emblematico è l’uso della macchina da presa: mai sul dolly, forse in steadycam, ma, in generale, soventemente a spalla, stile dogma 95. Attenzione! Non si tratta di dogma 95!. Questa tecnica non crea un distacco netto con lo spettatore, ma lo “traumatizza”, risucchiandolo all’interno della scena stessa. In questo gioco è fondamentale anche il ruolo dello zoom.
Caratteristico è altresì l’utilizzo dei colori, freddi all’interno del lager, caldi e corposi al di fuori.
Il protagonista? Karl Markovits! Superbo direi. Impeccabile dall’inizio alla fine.
In conclusione, l’opera non ha crepe o deviazioni, prosegue spedita verso il trionfo, senza mai cedere alle tentazioni della banalità o della scontatezza.
Consiglio di tenere d’occhio questo sceneggiatore regista, Stefan Ruzowitzky, non si sa mai!
Voto: 8++.
Anche questa volta ho scelto per voi alcune scene.
Questo è tutto!
Il vostro affezionatissimo!
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